
Si sta avvicinando EICMA 2017 (9-12/11/2017) e ho ripensato allo slogan del 2013: “I motociclisti sono cambiati”.
Indubbiamente da quando sono nate le motociclette, gli utilizzatori delle moto (che dovrebbero essere i “motociclisti”) sono passati per molte evoluzioni, e sono certamente cambiati.
Ma è solo uno dei tanti cambiamenti che ci sono stati, nel settore moto e in tutto quello che ci circonda. E tanti cambiamenti ci sono stati anche nelle moto.
La prima motocicletta venne costruita nel 1869, con un motore a vapore. Successivamente, nel 1877, venne costruito il primo motore a scoppio a benzina, nel 1885 due inventori tedeschi, Gottlieb Daimler e Wilhelm Maybach, realizzarono il primo prototipo di motocicletta con motore a combustione interna e nel 1886 Carl Benz costruì il primo autoveicolo con motore endotermico.
Da allora ci sono state moltissime evoluzioni, sia nelle auto che nelle moto, solo che sotto il punto di vista della comodità e della affidabilità le auto si sono evolute con una velocità diversa.
Alla fine degli anni 60 c’erano auto con finiture di lusso, affidabili anche per viaggi lunghi, mentre per andare in moto era ancora importante portarsi dietro pinza e fil di ferro per potere risolvere di persona piccoli problemi che avrebbero potuto fermarci per strada. Per usare un’auto non serviva la stessa competenza meccanica necessaria per guidare una moto.
Fu in quel periodo che arrivarono sul mercato le prime moto giapponesi, contrastando un mercato fatto unicamente da marchi europei. Rispetto alle moto europee avevano motori più potenti e una buona affidabilità ma una ciclistica incerta.
A questo seguì una accelerazione della evoluzione delle moto. Negli anni 70 e 80 prima gli europei copiarono le strutture dei motori, poi i Giapponesi copiarono le strutture dei telai. Le carenature non furono più una esclusiva per le moto da pista, e arrivarono le prime moto carenate per uso turistico, e le prime moto di grossa cilindrata per il turismo. Le BMW serie RT, le Honda Gold Wing e le Moto Guzzi SP.
Arrivarono gli anni 90 e il nuovo millennio, le moto aumentavano di prestazioni, di affidabilità e di comodità… e di complessità. Oramai le moto che si potevano riparare con una pinza e del filo di ferro erano sempre di meno. La maggiore affidabilità rese meno importante, per essere motociclista, avere una specifica esperienza nel motore e nella meccanica. Altri miglioramenti alla meccanica e alla ciclistica delle moto le hanno rese anche sempre più facili da guidare, anche se molto potenti.
Tutte queste evoluzioni delle moto hanno però fatto cambiare i motociclisti. Se diminuire il livello di esperienza (meccanica e di guida) necessaria per usare una moto ha aumentato il numero dei possibili acquirenti di una moto, ha anche diminuito l’impegno e la dedizione necessaria per potere vivere la passione per la moto. Ha reso quindi più facile diventare motociclista, ma metterci meno impegno per diventarlo, rende rinunciare alla moto qualcosa di meno oneroso emotivamente.
Ritengo sia diffuso il fatto che se una cosa la puoi ottenere senza fatica, la si potrà abbandonare con altrettanta facilità.
E’ la legge della superficialità. La legge che si è imposta in questi ultimi anni.
Questa superficialità non è solo del mondo della motocicletta, ma è trasversale per ogni situazione di vita. Conta sempre di più l’apparenza della sostanza, e lo si vede anche su come si è evoluta la comunicazione su Internet e su come nascono e si evolvono le comunità virtuali che la popolano.
I forum, le mailing list e i blog di quindici anni fa sono stati sostituiti dai social network come Facebook e Twitter. Se prima era necessaria una certa competenza per potere usare i vari sistemi, ora partecipare è facilissimo. Peccato che insieme alle competenze richieste per partecipare è calata anche la qualità complessiva dei contenuti. Prima le community erano di qualche centinaio di iscritti, ma in tanti partecipavano in modo attivo. Ora è facile creare gruppi di migliaia di persone, basta un “like” per iscriversi, ma molto spesso su quel gruppo dopo quel “like” non si fa più nulla.
In ogni ambito (inclusa la politica) si da importanza soprattutto alla apparenza, e questo avviene anche per le moto.
I primi ad avere ogni anno nuovi allestimenti o nuove versioni di un determinato modello da presentare sono stati i Giapponesi. In capo a pochi anni tutti i produttori hanno seguito questo esempio. Anche la BMW, che prima era nota per tenere a catalogo un modello di moto per anni, cambiandone solo il colore, ora aggiorna buona parte della sua produzione praticamente ogni anno.
Evidentemente è quello che chiede il mercato.
Da alcune statistiche risulta che l’età media del motociclista si sta alzando, e che il numero complessivo dei motociclisti sta diminuendo. Basta dare una occhiata ad una sosta ad un qualsiasi passo alpino o appenninico, per accorgersi che di “under 30” ce ne sono davvero pochi.
Segno che è una passione che non riesce ad attirare i giovani come un tempo. Oramai la sensazione è che per le nuove generazioni ci sono interessi diversi, più facili e meno impegnativi (poiché comunque andare in moto con sole o pioggia richiede un impegno maggiore dell’andare in auto). Per quelli che poi acquistano una moto, sembra che conti di più fare vedere che la propria moto è l’ultimo modello, completo di ogni accessorio, che appassionarsi all’uso della moto, percorrendo chilometri per vivere esperienze uniche in sella alla propria moto.
Del resto basta guardare le ultime proposte di alcuni marchi motociclistici per notare che si sta dando una enorme attenzione alla disponibilità di accessori “multimediali” che rendono le moto sempre più simili alle auto, e per di più rischiano di togliere a chi guida l’indispensabile attenzione che deve essere data alla strada.
Non parliamo poi della famosa “solidarietà” che dovrebbe contraddistinguere i motociclisti. Oramai è solo un argomento che si focalizza sul fatto che i possessori di certe moto salutano di più o di meno di altri, ma la solidarietà è tutta un’altra cosa. E’ qualcosa di impegnativo, che si dovrebbe avere ogni giorno verso chi condivide la nostra passione. Anche (e soprattutto) verso chi vive la moto in modo diverso dal vostro. Ma tutto questo è totalmente sconosciuto, e ho visto chi fa fatica ad essere solidale con chi ha una moto di una marca diversa dalla sua.
Alla fine direi che dire “i motociclisti sono cambiati” è una constatazione quasi banale, ma è fin troppo gentile. Personalmente ritengo che i “motociclisti” non sono cambiati. Sono proprio in via di estinzione. Per contro stanno aumentando i “possessori di moto”, che dopo un breve periodo in sella preferiranno vendere la moto (che diventano abituale, non darà le facili sensazioni di quando era una novità) per dedicarsi ad altro che possa dare nuove facili emozioni.
Per questo motivo trovo fuori luogo lo slogan di EICMA 2017: “Per chi ha la moto dentro”. Oramai la moto è qualcosa che sono sempre in meno ad avere “dentro”, mentre per tanti è proprio da tenere “fuori”, da fare vedere.
Ma niente di più.
Voi che ne dite?
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